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Cave Story+

Dal passato con furore

Si definiscono videogiochi indipendenti, sono sviluppati da una persona o poco più e non godono di supporto finanziario come le grandi produzioni. Esistono praticamente da sempre, ma è solo grazie alla diffusione massiva di internet che questo genere – un tempo di nicchia – è riuscito ad imporsi all’attenzione del grande pubblico negli ultimi quattro anni, più che in passato.

Cave Story è un videogioco indipendente di provenienza nipponica, parto del geniale Daisuke “Pixel” Amaya che si è ispirato ai primi Metroid e Castlevania per realizzare l’impresa. Va da sé che stiamo parlando di un gioco spiccatamente platform e elementi presi in prestito dai giochi di ruolo. Pur essendo stato ufficialmente pubblicato nel 2004 su Pc e l’anno scorso su WiiWare, solo da poche settimane è approdato sui lidi di Steam e quindi sui computer di mezzo mondo in una versione riveduta e corretta per il pubblico occidentale. La nostra recensione riguarda proprio questa versione del gioco.

Sventiamo i piani di un malefico dottore

 

Il protagonista di tutta la vicenda, quello che è sotto il controllo diretto del giocatore, si chiama Quote (in inglese: citazione) e il suo passato è misterioso quanto il suo presente, almeno nella prima parte del gioco. Si risveglia in una caverna e non sa chi sia, da dove viene, dove si trova e cosa deve fare. Ma il tempo di porsi delle domande è veramente poco, perché in men che non si dica si ritrova coinvolto in un conflitto molto serio che coinvolge un fantomatico e malvagio “Dottore” e una popolazione di alieni antropomorfi chiamati Mimiga.

Quote è il classico personaggio provvidenziale che, grazie alle sue capacità speciali, è l’unico che può opporsi al Dottore e ai suoi sgherri per salvare il destino delle terre dei Mimiga. Lungi da noi mostrarvi altro dell’interessante trama, qui basti sapere che per essere un gioco scritto da una sola persona, non ha nulla da invidiare alle produzioni più blasonate sul fronte dell’intreccio narrativo e dei colpi di scena.

L’apoteosi dell’era 8 bit

 

La domanda che ci poniamo nel titoletto di questo paragrafo non è casuale. Di produzioni indipendenti ne abbiamo provate in lungo e in largo da anni, ormai. Moltissime ci hanno stupito, altrettante ci hanno entusiasmato o toccato nel profondo, ma Cave Story è riuscito a restituire un coerente ed impressionante senso “vintage” senza strafare, con eccelso equilibrio. Sembra autenticamente un gioco del Nintendo Entertainment System o del Super Nintendo, portato ai giorni nostri grazie ad una macchina del tempo o un eccezionale lavoro di porting.

L’impatto visivo non è da spaccare le mascelle, certo, ma la scelta cromatica, lo stile dei disegni, le animazioni, gli effetti sonori e le musiche d’accompagnamento (da poter ascoltare anche in 8 bit, come ai vecchi tempi), tutto il comparto tecnico, insomma, concorre alla rievocazione di un tempo ormai lontano e dannatamente divertente, dove pochi sprite sfruttati bene davano molte più emozioni che migliaia di poligoni odierni. I modelli presi come fonte di ispirazione – i già citati Metroid e Castlevania – non sono neanche loro casuali e il risultato finale di Cave Story è di assoluta eccellenza.

 Una “droga” che ti entra in circolo e da cui è difficile staccarsi

 

Sul fronte squisitamente giocoso, Cave Story rasenta la perfezione. Che si giochi con un gamepad o con la tastiera (il mouse non è contemplato) la risposta agli input del giocatore è pressoché perfetta e l’unica sua preoccupazione è quella di sopravvivere ai mostri che popolano i luoghi della misteriosa isola fluttuante in cui il gioco è ambientato. Sarà per il ritmo dell’azione mai sotto i livelli di guarda, oppure per le musiche splendidamente orchestrate o per il mistero che circonda il protagonista, che spinge a far luce su tutte le ombre e le domande che il giocatore si pone. Forse è la perfetta fusione di tutto quanto che rende Cave Story irresistibile e risulta molto difficile staccarsi prima dei titoli di coda.

L’alter-ego del giocatore può saltare, sparare, interagire con personaggi non giocanti ed elementi dello scenario; lungo il cammino trova alcune armi, necessarie per accedere ad aree altrimenti impossibili da raggiungere e ancor più necessarie a difendersi dalle temibili creature che popolano l’isola. Alcuni equipaggiamenti, come il lancia-razzi, possono essere evoluti con immancabili potenziamenti da acquistare.

Altre armi, come quella iniziale, semplicemente evolvono con l’accumulo di punti esperienza lasciati cadere dalle creature che abbattiamo, in modo del tutto simile a quanto accade nei giochi di ruolo più blasonati. A molti, l’impatto grafico offerto da Cave Story può risultare troppo retro e quindi insufficiente, ma ci sembra un errore stimare difettoso un gameplay che ha del prodigioso.

 Non per tutti, forse, ma un must per ogni vero appassionato

 

Cave Story +, diversamente dalle versioni precedenti, offre la possibilità di essere giocato con grafica e sonoro originali oppure rivisitati. Inoltre offre alcune sfide molto impegnative che in precedenza non erano presenti nella versione base. Il capolavoro di quel geniaccio di Pixel trasuda indipendenza da tutti i pori ed è proprio questo che rende Cave Story una delle massime espressioni di questa industria sempre più in ascesa e sempre più apprezzata dallo zoccolo duro dei videogiocatori.

Dove non riescono a far breccia migliaia di poligoni, effetti luce, contenuti maturi, genocidi e squartamenti, riescono giochi come quello di Studio Pixel, che nella loro disarmante semplicità vanno a toccare le corde giuste e riescono nella missione regina di ogni videogioco che si rispetti: divertire e far sognare. Consigliamo Cave Story a tutti i videogiocatori di vecchia data, agli estimatori del genere indie e a chiunque non basi il proprio giudizio sui videogiochi sul fotorealismo.

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