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Lavorare con i videogiochi in Italia è inaccettabile e inconcepibile

Lavorare nel mondo dei videogiochi, in Italia, è possibile? E’ socialmente accettato e accettabile?

E’ quello che mi sono chiesto in questi giorni, dopo aver visto un meme che recitava più o meno così: Il padre torna a casa dopo dodici ore di lavoro massacrante. Il figlio (bambino o adolescente, presumo) lo accoglie dicendo di aver donato una grossa somma di denaro al proprio streamer preferito. Chiude il meme la facca affranta del padre di fronte allo “spreco di denaro sudato”.

E’ bastata una mia osservazione, a commento di quel meme, per scatenare un vespaio. E ispirare i commenti più forti o il disappunto più grande che si possa immaginare. Perché? Ho osato commentare “be’, lo streamer lo fa per lavoro e sta portando anche lui a casa lo stipendio”. Non l’avessi mai detto.

Breve disclaimer: questo articolo l’ho scritto su richiesta di collaborazione per 4GameHz, che lo ha poi pubblicato presso le sue pagine fondendolo al pensiero del suo redattore, che saluto e ringrazio per l’ottimo lavoro svolto: ciao Simone!

Revenons a nos moutons

Commenti come “gli streamer sono un branco di p**la” e “chi li guarda è un branco di co****i” sono tra i più drastici. Senza considerare chi interviene dicendo “Lavoro al 118, ho studiato tutta la vita, salvo le persone ogni giorno e lotto contro la morte. Loro cosa fanno di utile?”. Arrivati a questo punto, alzo le mani in segno di resa, perché di fronte a tanta ignoranza e superficialità non so mai come rispondere.

Lavorare nella Rete

Mi sono limitato ad evidenziare il mio punto di vista: sono intrattenitori, come quelli che vediamo in TV da sempre. Cambia il mezzo, cambia il format, ma sempre di intrattenimento e di persona brava a farlo si parla. Non mi pare che tutti i conduttori, comici, intrattenitori passati dalla TV si siano presi secchiate di polemica. Immagino che, chi commenta così, la sera guardi la televisione e – di fronte a certi spettacoli di intrattenimento – si faccia anche qualche risata. A parte il mezzo e la persona, a parte il pubblico di riferimento, cosa cambia? Ai miei occhi assolutamente nulla.

Tutti possono fare live su Twitch, tutti possono pubblicare video su YouTube, ma in quanti sbarcano autenticamente il lunario? Quanti sforzi, in termini economici e fisici, occorre fare e quanto tempo passa, prima di incassare il tanto, sperato, stipendio che ti permette di vivere? Molti pensano che “poco” sia la risposta a tutte queste domande. La verità non è questa. Occorre fare tanti sacrifici, anche economici, di investimento, come un imprenditore di se stesso e questo, tanti, lo ignorano.

Il ruolo di chi intrattiene in diretta su Twitch o YouTube, oppure si fa in quattro per creare un canale (come “canale televisivo”, vi dice niente?) di qualità è, ad oggi, sminuito, umiliato e anche offeso. Farsi largo e diventare un imprenditore di successo in questo campo, in Italia, è certamente ostico.

(© Photo by Erin Lubin)

Discorso del tutto analogo se ti presentassi come “giornalista dei videogiochi”. Si sprecano, infatti, gli sguardi di compatimento; le domande su quanto, questa fatica, costi e quanto se ne ricavi; domande sul cercare di fare un “lavoro vero”.

E lontano da Internet?

Chi prova a lavorare nel mondo dei videogiochi in maniera più classica e “italianamente accettata”, sono coloro che inaugurano negozi di vendita al dettaglio. Questi, scoprono in fretta che il peso di grandi catene quali GameStop, Euronics, MediaWorld, Unieuro e tanti altri grandi distributori e rivenditori, che esercitano delle politiche di prezzo aggressivo, qualcosa che un piccolo commerciante non può sostenere. Non mi addentro in tecnicismi di marketing, che possono salvare ed esaltare anche il più piccolo dei rivenditori, mi limito a considerare solo la base di partenza, ed è tanto svantaggiata e svantaggiosa.

Con l’espandersi degli eSports, c’è chi vede la gallina dalle uova d’oro nella concezione e poi realizzazione di “eSports Bar” oppure “eSports Palace”. Ma i costi di gestione, lasciatevelo dire, sono astronomici e in Italia non c’è grande rispetto per il concetto “pagare per giocare”. Tutti (o quasi) giocano da casa e gli va bene così. Gli “imprenditori eSports” devono soffrire molto e fare enormi sacrifici per riuscire, soprattutto in Italia.

E gli sviluppatori?

Gli sviluppatori italiani voglio dividerli in due macrocategorie. Da un lato abbiamo Ubisoft Milano, il più illustre esponente di studi di sviluppo in seno a multinazionali multimiliardarie. In questo insieme inserisco anche Milestone (Ride, Screamer), Kunos Simulazioni (Assetto Corsa), NAPS Team (Gekido, Baldo) e Gamera Interactive (Alaloth), altre realtà italiane di assoluta eccellenza che riescono a muovere grandissimi numeri, soprattutto all’estero. Dall’altro lato ci sono schiere di sviluppatori in erba, appassionati creativi, squadre di “amici di trincea” che alimentano le braci di quel calderone che chiamo “indie italiano”.

I grandi sviluppatori tricolore non hanno bisogno di presentazioni: stanno lì a dimostrare a tutti che investimenti, progetti e saperci fare contano tantissimo. I piccoli sviluppatori potrebbero raccontare una realtà ben diversa. Penso a tutti i piccoli programmatori di videogiochi, che quasi si vergognano di dire che lavoro fanno. Quando non si vergognano, devono comunque sopportare una bella lista di frasi che vanno dal “perché, è un lavoro?” al “ma un lavoro vero e utile e soprattutto remunerativo?”.

Lavorare nel mondo dei videogiochi, in Italia, è inaccettabile e inconcepibile per molti. Affermarsi in questo campo, “sbarcare il lunario” così, mi sembra più difficile che in altre parti d’Europa e del mondo. La chiusura mentale, la grassa ignoranza o la semplice superficialità sono intemperie – quando non piaghe – che tutti coloro che sognano di voler sbarcare il lunario, lavorando nella loro più grande passione, devono affrontare.

Lavoro e videogiochi diventerà un accostamento normale, accettato, quasi scontato, ma non nel 2020. Non voglio sembrare pessimista, ma spero tantissimo di vedere questa realtà prima di avere tutti i capelli bianchi.

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