Shadows of the Damned

Da un grande “dream team” un piccolo grande capolavoro

Questa generazione di videogiochi al di là di aumentare la risoluzione grafica, di fatto non ha portato niente – o quasi – di nuovo in dote. Nintendo Wii rigorosamente a parte, copiato più o meno alla lontana dalle altre major Sony e Microsoft, non abbiamo visto praticamente niente di oggettivamente innovativo a livello di giocabilità. Anzi, abbiamo spesso notato che più di fare “reboot” e portare le serie di giochi storici al quarto, quinto o sesto episodio, non si è fatto. Ad accorrere come classica eccezione che conferma la regola arriva Shadows of the Damned (Damned per gli amici), del team Grasshopper Manufacture, capitanato da Shinji Mikami, che è la mente dietro Resident Evil, e Suda Goichi (o Suda51) il visionario che si cela dietro No More Heroes.

Una trama degna di Ghouls ‘n Ghosts e pura follia “Tarantiniana”

 

Il parto creativo del duo delle meraviglie Mikami/Suda narra delle gesta di un certo Garçia Hotspur, un cacciatore di demoni tra i più rinomati e prezzolati che ha fatto il grosso errore di ucciderne uno di troppo e di scomodare il principe degli inferi, un tale Mr. Fleming.

Questo cattivone irrompe in casa di Garçia e si appropria della fidanzata di quest’ultimo, Paula, forse spinto da profondi interessi carnali (la tipa è, tutto sommato, un bel bocconcino, NdR). E’ il classico, abusatissimo, noiosissimo, pretesto per scomodare l’eroe di turno e costringerlo ad un viaggio dantesco in un inferno che con lo scrittore di Firenze e la sua Divina Commedia, c’entra ben poco.

Riguardo all’aderenza ai cliché narrativi e topici dei videogiochi, forse, è tutto qui, perché per quanto concerne il resto, Shadows of the Damned, riesce a mescolare talmente bene quanto già visto nei vari Resident Evil, Dante’s Inferno e ogni altro genere di action adventure che risulta originale e appetibile per tutti coloro che sono stanchi di giocare titoli troppo simili tra loro. Quello che più risalta è il personaggio di Garçia, il suo comprimario Johnson (un teschio magico che si trasforma in armi e torcia) e la lunga sequela di dialoghi allucinanti, battutacce di spirito, doppisensi, narrazione di aneddoti, malizia allo stato brado che ci accompagna durante il corso di tutto il gioco.

Anche di fronte alle aberrazioni più schifose e terrificanti, Garçia e Johnson non battono ciglio, non si scompongono più di tanto e stemperano paura e adrenalina con sarcasmo, battute e ironia in ogni dove. Tutto questo, unito a scene splatter ed ettolitri di sangue, ci ricorda molto alcune scene o certi film griffati Quentin Tarantino: Dal tramondo all’alba e Planet Terror soprattutto.

Ritmo incalzante, “Oscurità” ed enigmi

 

Il pregio di Shadows of the Damned che non ci abbandona fino ai titoli di coda, è quello di non annoiare veramente mai, neanche un secondo, grazie ad una superba gestione dei ritmi di gioco che alterna fasi d’esplorazione e combattimento.

Spesso, inoltre, capita che le due fasi non siano propriamente distinte e separate, ma che si fondano aumentando spasmodicamente l’affanno e l’adrenalina, alla ricerca di una soluzione al puzzle di turno: sia questo sbloccare una porta, trovare una chiave, uccidere un boss, neutralizzare una fonte d’Oscurità. Riguardo a quest’ultima bisogna spendere un po’ di parole. Nell’inferno di Fleming, infatti, vi sono alcune zone letteralmente infestate da un’Oscurità magica, demoniaca, letale che una torcia o un razzo d’illuminazione non possono infrangere.

L’unico modo di dissiparla è quello di trovare una magica fonte di luce (una testa di capra!) e spararle addosso un “Colpo di Luce”, ovvero il già citato “razzo d’illuminazione” che coincide con il fuoco secondario di qualsiasi arma impugniamo. A volte, però, l’Oscurità non può essere dissipata in alcun modo. La risoluzione degli enigmi si limita alla classica e ridondante ricerca di chiavi giuste per aprire la porta giusta, eliminare un boss o sfidare la già citata Oscurità per ottenere l’accesso all’area successiva.

Non manca neanche lo spazio ad un mini gioco in cui bisogna neutralizzare i nemici in arrivo in modo vagamente retro: senza possibilità di muoversi o ripararsi e sparando alle minacce incombenti prima che sia troppo tardi.

“Feel my Big Boner!!!”

 

Sotto il profilo del gameplay Shadows of the Damned si delinea come il quasi perfetto connubio tra Resident Evil 5 e No More Heroes. Dal primo viene mutuata la telecamera dietro le spalle del protagonista ma, contrariamente alla fatica Capcom, qui il protagonista può puntare, sparare e soprattutto muoversi allo stesso tempo. Un comodo pulsante per girarsi di 180° e la facile combinazione di comandi per schivare gli attacchi più ostici fanno il resto.

L’inventario è estremamente semplificato e – sempre diversamente da Resident Evil – non ci distrae dai mostri e dal gioco in generale. La semplice pressione di uno dei tasti direzionali garantisce la selezione dell’oggetto/arma appropriato. Le armi a disposizione di Garçia sono quattro, ma ciascuna ha due o tre varianti e quindi il numero complessivo è destinato a salire nel corso dell’avventura.

Come ogni gioco d’azione che si rispetti, non manca la possibilità di attingere a dei potenziamenti e all’immancabile “venditore ambulante” di cui si ha memoria da un paio di secoli (indimenticabile quello di Resident Evil 4, ndr). I controlli sono abbastanza comodi e precisi, un po’ bruttine ci sono sembrate le animazioni del protagonista, decisamente migliorabili ma non un fallimento completo.

Sotto il profilo meramente estetico, il lavoro di Grasshopper Manifactures si appoggia all’ormai stra-abusato Unreal Engine ma sembra che quanto di buono visto in Mass Effect e Gears of War sia una chimera per questi nipponici sviluppatori. Ormai questa generazione di videogiochi si avvia verso il tramonto e segnalare la presenza di pesante aliasing, effetti pop-up delle textures e sporadiche incertezze del framerate è veramente triste. Ma non di sola grafica vive un videogioco, e Shadows of the Damned fa passare questi difetti in secondo piano, tanto è il divertimento che garantisce dall’inizio alla fine.

Tirando le somme

 

Shadows of the Damned è il classico gioco che non ti aspetti. E’ un concentrato di chiaro-scuri, luci ed ombre, pregi e difetti che lo tengono lontano dall’Olimpo delle pietre miliari. Però ha alcune frecce al proprio arco che non bisogna trascurare: il joypad, giocando, vi si fonde tra le mani tanto è semplice, intuitivo e stimolante. Il carisma di Garçia e soprattutto quello di Johnson sono inconfutabili. L’obbiettivo cardine di qualunque videogioco è quello di divertire e, sotto questo aspetto, la missione è completamente riuscita.

Se interessati, vi ritroverete di fronte ad un simil Resident Evil, ambientato in un inferno assurdo e malizioso che ci strappa qualche risata di tanto in tanto, con due personaggi assolutamente impareggiabili. Altre debolezze del gioco sono l’estrema linearità e la scarsa rigiocabilità, avvalorata dal fatto di non poter importare potenziamenti e progressi in una nuova partita di difficoltà superiore (un po’ come accadeva in Dead Space).

 

Un pensiero riguardo “Shadows of the Damned

  1. Ottima come smepre, sono contento ti sia piaciuto il gioco, io l’ho adorato!!! Non so se hai letto la mia recensione, ma nei commenti troverai il controverso punto di vista di un lettore di inside the game che si è scagliato contro il gioco….mi farebbe piacere avere anche una tua opinione, se avrai tempo e voglia!

    continua così!

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