C’è un momento, nella vita di chi crea contenuti, in cui qualcuno ti punta il dito contro e ti dice che non sei indipendente. Non importa quanto tempo tu abbia passato a scrivere, a registrare, a montare, a correggere.

Non importa quanti soldi tu abbia investito, quanti abbonamenti tu abbia pagato, quanti giochi tu abbia comprato per pura passione. Basta un codice review, un semplice codice digitale, per far crollare tutto agli occhi di chi guarda da fuori.

Accetti un codice, quindi non sei indipendente

Scrivo questo “articolo di pancia” in seguito all’ascolto di uno scambio di opinioni tra piccoli creators che hanno risollevato la questione dell’indipendenza.

Invece di avventurarmi in uno scambio via chat (che avrebbe portato a lese maestà, fraintendimenti, frecciatine verso il sottoscritto e il potenziale percepire reciproca supponenza, arroganza e presuzione) ho preferito ritagliarmi questo spazio per dire la mia, nel pieno rispetto dell’altrui opinione.

Opinione che non etichetto mai “sbagliata” e che non intendo “correggere”. Ma, a parti inverse, la maggioranza della gente si sente in dovere di dirmi “sbagli”, “non è così”, “non hai capito”, “non sai stare al mondo”, “te lo spiego io che ho ragione e tu hai torto”.

È curioso come funzioni la percezione. L’indipendenza, nella teoria, è un concetto chiaro: libertà di scelta, libertà di giudizio, assenza di pressioni esterne.

È un principio editoriale, non un voto di castità. Non significa chiudersi in una grotta e rifiutare ogni contatto con l’industria, ma mantenere la propria voce limpida, riconoscibile, non negoziabile.

Eppure, nel mondo “reale”, basta molto meno per far scattare il sospetto.

Quando ricevo un codice da un PR, non ricevo un compenso. Non firmo un contratto. Non mi viene chiesto nulla in cambio oltre ad un semplice link al coverage. È uno strumento, niente di più.

Un modo per poter parlare di un gioco con cognizione di causa, nei tempi giusti, senza dover aspettare sconti, bundle o saldi.

E soprattutto è una scelta mia: scelgo io cosa accettare, cosa rifiutare, cosa raccontare. Nessuno mi impone nulla.

Confusione tra “Accesso” e “Dipendenza”

La verità, però, è che la mia indipendenza non si misura nei codici che ricevo, ma in tutto ciò che faccio quando nessuno guarda.

Da cinque anni pago WordPress per tenere in piedi un blog che non mi ha mai portato un euro. Passo serate intere a scrivere, riscrivere, limare, sistemare. Registro video, li monto, li pubblico, li promuovo.

Pago abbonamenti come Game Pass e Humble Choice, compro giochi di tasca mia, ne provo a decine ogni mese. Investo tempo, energie, soldi, senza alcun ritorno economico. Se questo non è essere indipendenti, allora non so cosa lo sia.

Questione di trasparenza e responsabilità

C’è un paradosso in tutto questo: chi lavora gratis, chi sostiene da solo la propria attività, chi non ha alcun vincolo con nessuno, viene accusato di non essere indipendente solo perché accetta un codice che gli permette di fare meglio ciò che già fa da anni.

È un’idea che nasce da una visione semplicistica, quasi infantile, del rapporto tra critica e industria. Come se l’indipendenza fosse una purezza astratta, un ideale monastico, invece che un equilibrio concreto, fatto di trasparenza e responsabilità.

Per me l’indipendenza è una cosa diversa. È la libertà di dire ciò che penso, anche quando non conviene. È la coerenza con la mia linea editoriale, che non cambia in base a chi mi manda cosa.

È la fiducia che costruisco con chi mi legge, giorno dopo giorno, pezzo dopo pezzo. È la consapevolezza che la mia voce non è in vendita, perché non c’è nessuno che la stia comprando.

Un modo di stare al mondo

Richiedere un codice o accettarne uno (che avrei comunque provato a chiedere) non cambia nulla di tutto questo. Non modifica il mio giudizio, non orienta le mie parole, non sposta il mio baricentro. È un mezzo, non un fine.

La mia indipendenza, quella vera, è altrove: è nel fatto che sono io a sostenere la mia attività, non il contrario. È nella passione che mi spinge a raccontare i videogiochi con onestà, rigore e rispetto. È nella libertà di scegliere, ogni giorno, cosa vale la pena condividere.

E continuerò a farlo così, con la stessa integrità con cui vivo i videogiochi da sempre.

Perché l’indipendenza non è un’etichetta: è un modo di stare al mondo.

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