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E3 di Los Angeles, la fiera che nessuno aspetta

A meno che non trascorriate le vostre giornate senza informarvi sul vostro passatempo preferito (e se giungeste qui a leggere, certamente, non lo fate per apprendere di botanica) avrete certamente notato che sia i giornalisti da combattimento che le grandi case di produzione di videogiochi (come Ubisoft che, secondo me, l’ha fatta grossa), arrivati a maggio iniziano un valzer di comunicati, rivelazioni, teaser e “scoop” che lasciano l’amaro in bocca ai pochissimi – generalmente della mia età – che attendono la fiera losangelina come un a sorta di “capodanno” dell’industria dei videogiochi. Un autentico “vaso di Pandora” dal sapore storico, di cui si parla come minimo un anno. A volte per sempre o quasi.

Nel mio personale caso, ma noto con (dis)piacere che è una sensazione condivisa, è come attendere per un anno intero un film o un libro molto atteso e – puntuali – arrivano i maniaci dello spoiler a rovinare tutta l’attesa, tutto il senso di appagamento per la sorpresa e la rivelazione. Sono in tempi che corrono, l’informatizzazione massiccia e senza controllo dei canali di informazione, le mani che prudono a chi arriva prima a scoprire qualcosa e un insensato senso di anticipazione che toglie, proprio alle fiere come l’E3, ogni senso di proporre conferenze in pompa magna.

Ha ancora senso indicare gli orari delle conferenze (di certe conferenze) dopo che tutto è stato preannuciato, “leakato” (oggi si dice così), rivelato, scoperto, trafugato oppure lasciato intendere via social network assortiti? Secondo me no, non ha senso. Se aggiungiamo che oltre all’E3, durante l’anno abbiamo a disposizione:

  • Paris Games Week
  • Gamescon
  • Tokyo Games Show
  • PAX East
  • Game Developers Conference San Francisco
  • BlizzCon
  • Comic Con San Diego
  • Quake Con
  • PlayStation Experience

E altre fiere in cui ormai si annunciano, preannunciano, presentano, fanno giocare anche novità assolute o di rilievo facciamo tombola. Mi rendo perfettamente – e tristemente – conto che E3 di Los Angeles ha perso molto del suo antico smalto e la sua “unicità”. Personalmente la vedo ancora come la madre di tutte le fiere del videogioco, perché in un modo o nell’altro tanti produttori e sviluppatori attendono quel palcoscenico per annunciare al mondo quello che bolle nella propria pentola. Tanti, ma non tutti. Per tantissimi altri resta un buonissimo palcoscenico da cui trarre buona visibilità, potenziali clienti, pubblicità. Buonissimo, ma non ottimo.

Non sono un esperto di marketing, non sono un esperto di videogiochi e non sono uno sviluppatore o un produttore. Lo preciso perché non voglio dare lezioni di gestione delle proprie pubblicazioni a nessuno, né ai professionisti delle news né a sviluppatori/produttori di videogiochi: voi siete lì, in cima al mondo, perché sapete fare magistralmente il vostro lavoro. Io sono qui a commentare, il tutto, da semplice spettatore. Uno spettatore molto attratto dalle novità e costantemente deluso dalle anticipazioni pre-conferenza ufficiale che dovrebbe lasciarmi a bocca aperta.

Mi resta del tutto oscuro il motivo di tanta febbre da rivelazione precoce. O meglio: il motivo, i motivi, li intuisco e se andassi a cercare lì scoprirei e proverei anche a comprenderli. Ma un malessere resta: quello di star lì, come un co*****e, fino all’alba, a guardare in diretta le conferenze dall’altro lato del mondo, che annunciato videogiochi di cui si sa già. Fingendo di non sapere di cosa si tratta. Come quando ricevevi un regalo di compleanno molto desiderato, gradito di certo, ma ti dicevano in anticipo cosa si celasse sotto la carta-regalo e dovevi fingere una sorpresa e un sorriso di circostanza. Con la differenza che, oggi, non ti sorprendi più. Al massimo puoi sorridere amaramente, al pensiero che potevi sorridere di gusto ma per la gloria del SEO, delle views e del successo mediatico hanno scelto per te. Il mercato ha stabilito che conoscere e sapere hanno la priorità sul piacere della scoperta. A Roma mi urlerebbero in faccia STACCE!

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