Assassin’s Creed Saga, Dieci Anni Dopo – Parte II

Benvenuti alla seconda parte di questo speciale dedicato ad una saga che ci accompagna da più di dieci anni, ormai: Assassin’s Creed. Nella prima parte ho parlato dei primi Assassin’s Creed, cioè il primo ambientato durante la Terza Crociata e la trilogia che parte da Assassin’s Creed II, prosegue per Assassin’s Creed: Brotherhood e si conclude con Assassin’s Creed: Revelations. Trilogia, perché segue eventi cronologici di un personaggio eccezionale, Ezio Auditore da Firenze.

Dopo Revelations abbandoniamo il continente europeo e sbarchiamo nel Nuovo Mondo, a pochi anni dallo scoppio della Rivoluzione Americana. I prossimi tre videogiochi li innesto in una mia mentale Trilogia delle Americhe. Qualcosa di simile l’ha combinato anche Ubisoft, con il suo “The Americas Collection” ma prevedeva Assassin’s Creed: Liberation. In questa seconda parte parlo di:

Assassin’s Creed III

Intorno ad Assassin’s Creed III ho scritto una recensione che dovrebbe trasmettere, con estrema diplomazia, la mia totale delusione riguardo a questo titolo arrivato a noi il 31 ottobre 2012. In parte la colpa è mia, perché ho covato delle aspettative davvero fuori scala, d’altra parte abbiamo il risultato finale sotto gli occhi di tutti e incolpo, per una terza parte, una stampa “specializzata” incapace di criticare ma solo di incensare e difendere un videogioco poco difendibile. Che poi vi piaccia il protagonista, l’ambientazione, il gameplay ispirato a Red Dead Redemption ed altri, quelle sono vostre considerazioni soggettive.

Il dato di fatto è che l’ombra di quel monumento chiamato Ezio Auditore da Firenze è tanto grande. L’Europa dei secoli XV e XVI è terribilmente affascinante e la “modesta” America coloniale, per me, non regge proprio il confronto. Una delle maggiori debolezze di Assassin’s Creed III è, ai miei occhi, un colpo di scena iniziale da far creare smottamenti e terremoti, subito seguito dalla tristissima consapevolezza che non è Haytham Kenway il protagonista.

Il protagonista è Connor, suo figlio, e da questo personaggio inizia tutta una sequela di protagonisti quasi tutti uguali per un punto in comune: sono tutti assassini per sbaglio oppure assassini loro malgrado. L’archetipo che dal 2007 al 2011 ci ha accompagnato: Altair oppure Ezio, Assassini che sposano la causa della Confraternita e arrivano a guidarla aderendo al Credo dell’Assassino con carisma e passione, non esiste più. Da Connor in poi guidiamo protagonisti rancorosi e arrabbiati con il mondo che, senza un motivo preciso, sono perfettamente addestrati alle arti fisiche e mentali di esplorazione e combattimento, tipiche degli assassini, senza averne mai sentito parlare, senza averle mai viste prima in azione (con l’unica eccezione di Shae, di cui parlerò più in là).

Sparisce il parkour, il “gioco verticale” che prevedeva lo scalare palazzi e monumenti iconici e il coinvolgimento del protagonista in episodi di rilevanza storica inizia a diventare forzato, oppure poco discreto. Se in Assassin’s Creed II la Congiura dei Pazzi ci dimostra quanto magistralmente siano riusciti a farla passare per una trama tra Assassini e Templari, da Assassin’s Creed III ci ritroviamo a fare i conti con la storia per i motivi sbagliati. L’unica eccezione, lo ribadisco, arriva da Assassin’s Creed: Rogue ma non è qui che devo parlarne. Sparisce il senso di ricompensa ed espansione tanto ben fatto tra Monteriggioni e Roma a favore di una non meglio specificata cosa gestionale del tutto trascurabile.

Arrivano le battaglie navali, croce e delizia (per il 90% dei giocatori una delizia) di Assassin’s Creed III: una variante molto fine a se stessa che, con la scusa di variare il gameplay, getta le basi per sviluppare altri tipi di giochi. Una sorta di demo incastonata in un gioco che doveva chiudere un ciclo, un’era, una saga, un’epopea, il feedback del quale è servito per i piani futuri. Tutto ciò mi rende molto triste.

La trama che si stava sviluppando fuori dall’Animus, che coinvolgeva Desmond, risultava anche più interessante di quella palla colossale e prevedibile da dover subire insieme a Connor. Peccato che fosse poco approfondita, superficiale e (opinione personale) discretamente frettolosa. Pretestuosa quasi. L’unico pregio di Assassin’s Creed III è che dura poco, se non si vuole completarlo al 100%. Il finale che non è un finale è l’ultimo rantolo di una delusione totale.

Assassin’s Creed IV: Black Flag

Il 22 novembre 2013 arriva Assassin’s Creed IV: Black Flag. E’ il primo Assassin’s Creed a “toccare” la next-gen di PS4 e Xbox One ma la sua natura a cavallo tra vecchie e nuove console si nota tutta. Consideriamolo, per un attimo, un videogioco PS3 e possiamo notare quanto vasto, denso di cose da fare e luoghi da esplorare sia. Un gioco veramente monumentale e divertentissimo. Soffre soltanto di alcuni appunti da fare.

  1. E’ praticamente Sid Meier’s Pirates! in terza persona con visuale alle spalle del protagonista. Stai su una nave per il 90% del tempo: visto che erano state tanto gradite prima, perché non calcare la mano? Dite che il gioco era comunque sviluppato da anni, ok, ma se le battaglie navali di Assassin’s Creed III non fossero piaciute, si sarebbero presi un anno sabbatico per cambiare le cose? Non possiamo saperlo.
  2. Non esiste, di fatto, una Confraternita degli Assassini propriamente detta, con un codice o un credo da rispettare. Tutti i punti del Credo, in Black Flag, vengono semplicemente ignorati e disattesi. Gli altri assassini passano per degli invasati.
  3. Edward Kenway è l’archetipo del pirata perfetto. Peccato che si sia ritrovato protagonista, suo malgrado, di una cosa che in inglese significa “Credo dell’Assassino”, che ignora completamente fino al penultimo capitolo di questa storia. Un po’ tardino per ripensarci.

Assassin’s Creed IV: Black Flag è un gioco bellissimo, ben fatto e divertentissimo ma non è un Assassin’s Creed. E definirlo il migliore della saga rende giustizia all’ottimo lavoro fatto ma non rende proprio giustizia alla saga in sé. Magari per voi sarà il più riuscito, ma non c’è nulla che a me possa far dire, tanto per cominciare, che sia un Assassin’s Creed propriamente detto. Non mi addentro, poi, nell’analizzare il putiferio che stanno combinando fuori dall’Animus: ormai non si sa più dove vogliano andare a parare.

Assassin’s Creed: Rogue

Pubblicato l’11 novembre 2014 insieme a Black Flag, quello che doveva essere uno spin-off e un capitolo esclusivamente rivolto alle PS3 e Xbox 360 che stavano cedendo il passo alle sorelle di nuova generazione, diventa a furor di popolo “il settimo capitolo ufficiale della serie principale”. Alla faccia dello spin-off!

Assassin’s Creed: Rogue eredita tutte le sue ragion d’essere da Assassin’s Creed III e Black Flag, ma taglia cortissimo con il tempo dedicato al mare e ci risparmia di dovere/potere navigare in lungo e in largo con il proprio brigantino.

Quando lo giocai, a ridosso del giorno di pubblicazione, ne ho lodato l’abilità di fondere un evento di rilevanza storica notevole come il terremoto di Lisbona, con le cause e gli effetti della guerra tra Assassini e Templari. E poiché mi sembra di aver già spoilerato abbastanza smetto di parlare di trama e mi concentro sui punti che mi hanno convinto e quelli che mi hanno deluso.

La figura di Shay, il “Rogue” del sottotitolo, passa per saggia e ben motivata. Le ragioni le ho espresse più sopra: avendo a che fare con degli idioti che si professano Assassini e poi praticano le più basilari idiozie concepibili, Shay passa per quello intelligente della cricca, talmente intelligente che diventa il Rogue, da tradurre con estrema licenza come “voltagabbana” o “traditore” per estensione. Da assassino cresciuto nella Confraternita americana, addestrato di tutto punto ma poco motivato, diventa il più spietato cacciatore di assassini, facendo comprendere ai Templari l’importanza di addestrare i propri agenti alle arti di infiltrazione e assassinio della Confraternita.

Il gioco presenta Assassini idioti e Templari con sale in zucca, fa tornare alla ribalta (ma come personaggio non giocante) Haytham Kenway e accompagna al finale facendolo coincidere con il prologo Assassin’s Creed: Unity. Per Rogue significa uno splendido epilogo che trasuda di continuity, un dettaglio non di poco conto per uno come me, che va in brodo di giuggiole per queste sottigliezze.

Peccato che la figura di Shay, così determinante per moltissima della storia degli Assassini del Nuovo e del Vecchio mondo, così importante nel gioco di poteri dei Templari, svanisca con questo gioco. Tanto (bel) rumore per nulla.

Parte I

Parte III

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