Una riflessione necessaria sulla stagnazione culturale, la nostalgia seriale e la tirannia delle etichette nel racconto moderno dei videogiochi.

Nell’Ombra della Nostalgia

Da un po’ di anni a questa parte, diciamo da un otto o dieci anni, ho una sensazione che non riesco a togliermi di dosso. Noto che la discussione intorno ai videogiochi si è tristemente appiattita. Si è polarizzata in modo netto, sterile e prevedibile.

Sembra che dalla fine della generazione PlayStation 4 in poi, con l’esplosione delle grandi esclusive — grandi per i voti della critica e per le statuette raccolte sui palchi dei Game Awards, ma enormemente problematiche se guardiamo ai costi di sviluppo ormai del tutto insostenibili — la stragrande maggioranza dei creator e degli influencer si sia completamente arenata.

Si è fossilizzata su una discussione che oggi trovo non solo ripetitiva, ma profondamente stucchevole. Prima di entrare nel vivo di questa analisi, ci tengo a fare una doverosa premessa. Questa è la mia prospettiva. È un’impressione personalissima e, in quanto tale, resta inevitabilmente limitata alle mie percezioni, alle mie conoscenze, alla mia bolla social e al mio cono di visibilità.

Non cerco consensi facili e non mi aspetto certo che siate tutti d’accordo con me. Voglio solo condividere questa riflessione per provare ad avere una conversazione che sia costruttiva.

L’Echo Chamber dei Soliti Noti

Da circa un decennio, ogni volta che si apre una discussione pubblica — che si tratti di una classifica delle migliori opere, dei titoli che hanno segnato un’intera epoca, dei grandi flop o dei personaggi più iconici — si parla solo ed esclusivamente di una manciata ristretta di brand.

E se ne parla sempre con lo stesso identico tono emotivo: la nostalgia, il rimpianto, l’amarezza o l’eterna preghiera devota per un remake che arrivi a sanare i dolori del passato. Quando mi imbatto in una copertina su YouTube o su Instagram che promette di consigliarmi grandi giochi da recuperare, so già perfettamente, prima ancora di fare “clic”, quali titoli mi verranno propinati. God of War. The Last of Us. Devil May Cry. Silent Hill. Metal Gear Solid. Final Fantasy X. GTA e Red Dead Redemption. E ovviamente la santissima trinità moderna composta da Dark Souls, Bloodborne ed Elden Ring.

Non sto minimamente discutendo la qualità intrinseca di queste opere, né mi permetto di sindacare i gusti personali di nessuno. Ma mi chiedo continuamente: è mai possibile che i gusti collettivi siano diventati tutti perfettamente uguali? Come se i giocatori fossero usciti da uno stampino industriale?

Io mi rifiuto di credere che là fuori non esistano persone che, esattamente come il sottoscritto, sono stanche morte di ristagnare sui soliti titoli triti e ritriti. Il problema vero è che, quando guardi ai grandi numeri della divulgazione di massa, il messaggio che passa ininterrottamente è un loop infinito delle stesse quattro cose. Parliamoci chiaro: che noia mortale.

La Memoria Corta e il Fast-Food dei Videogiochi

La conseguenza logica e inevitabile di questo modo di fare divulgazione, così nostalgico ma al tempo stesso così drammaticamente ripetitivo, è che alla lunga stiamo letteralmente uccidendo la discussione critica e costruttiva sui videogiochi.

Oggi non c’è più il piacere autentico della scoperta. I giochi nuovi escono a palate, su questo non c’è dubbio e l’offerta non manca di certo, ma è come se la nostra soglia collettiva dell’attenzione fosse miseramente crollata. Un gioco contemporaneo vale la pena di essere discusso per un mese, massimo sei, e poi scompare nel nulla più assoluto, diventa autentico “retrogaming”.

Pensateci con attenzione: la maggior parte dei titoli che escono tra gennaio e marzo di ogni anno, quando arriviamo a ottobre, sono già stati completamente dimenticati dalla conversazione pubblica. Vengono spazzati via senza pietà dai colossi usciti a ridosso delle grandi kermesse di fine anno, quei prodotti confezionati apposta per fare incetta di premi, recensioni bulimiche e statuette dorate.

Risparmiatemi la citazione di quei giochi “uno su un milione” che rappresentano un’eccezione e la spacciate per la regola.

Ci sono invece innumerevoli giochi indie o produzioni a doppia A che meriterebbero di essere ricordati, studiati e analizzati per anni interi. Esistono opere del passato che meriterebbero davvero di essere riscoperte con curiosità genuina, e vi assicuro che non parlo dell’ennesima run estetica su Bloodborne.

E invece no, l’orizzonte culturale si ferma inesorabilmente sempre ai soliti cinque o dieci brand intoccabili.

La Tirannia delle Etichette

Comprendo perfettamente la comfort zone, lo capisco davvero. Comprendo il rifugio sicuro della nostalgia in un mondo che corre troppo veloce. Ma questa polarizzazione ottusa ha impoverito il modo in cui raccontiamo questo medium in una maniera semplicemente disarmante.

Oggi, se esce sul mercato un gioco nuovo, viene immediatamente incasellato in una categoria precostituita. Diventa d’ufficio “il moderno Final Fantasy X”, oppure “l’erede spirituale di The Last of Us”, o la mia categoria preferita e insuperabile: “il Dark Souls del suo genere”.

Parliamo costantemente per etichette preconfezionate. Per ridondanza stilistica. Lo facciamo per semplificare il discorso al pubblico, d’accordo, ma in questo modo riduciamo letteralmente all’osso il valore intrinseco e la voce dell’opera originale.

Un videogioco può tranquillamente e legittimamente prendere ispirazione da un illustre predecessore, ma non per questo vuole o deve esserne la copia carbone o la pallida imitazione.

C’è stato un tempo storico in cui usavamo definizioni come cloni di Doom o cloni di Diablo, ma allora aveva un senso logico ben preciso: eravamo negli anni novanta, il lessico videoludico stava letteralmente nascendo e i generi non avevano ancora un nome consolidato.

Oggi la situazione è radicalmente diversa. Oggi i generi sono estremamente sfaccettati, i videogiochi odierni sono ibridi complessi e stratificati e ognuno cerca disperatamente di proporre una sua identità autonoma e vibrante.

Nessuno sviluppatore si siede seriamente a un tavolo di design dicendo che oggi creerà il Baldur’s Gate 3 dei poveri.

Verso un Orizzonte Più Coraggioso

Arrivati a questo punto del percorso, la domanda che vi faccio è una sola. Sono io che vedo questa enorme, desolante povertà di divulgazione? Sono io l’unico individuo al mondo a notare questa discussione culturale così polarizzata e immobile?

Guardi le piattaforme digitali e vedi un milione di content creator che propongono classifiche di gradimento fotocopiate e ricalcate fedelmente da dieci anni a questa parte.

Tutti con gli stessi, identici, precisi gusti omologati, tutti rigorosamente allineati sui soliti brand di ferro, come se fuori da quel perimetro protetto non esistesse assolutamente nient’altro al mondo.

Ditemi la vostra qui sotto nello spazio dei commenti, perché voglio davvero capire se questa è solo un’allucinazione della mia bolla o se anche voi sentite nel profondo il bisogno urgente di tornare a parlare di videogiochi in un modo radicalmente diverso, decisamente meno pigro e molto più coraggioso.

Una risposta a “La Stagnazione Culturale nei Videogiochi”

  1. Articolo molto bello, sia per impostazione che spunti, che mi trova d’accordo su tutto. Nulla da aggiungere..

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