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La cultura dell’hype ha rotto il cazzo

Tornano i fantastici articoli “di pancia” scritti dal vostro blogger preferito. Anche se devo ancora capire preferito da chi. Per chi si fosse perso le puntate precedenti: i miei editoriali sono un super-concentrato di articoli opinabili, largamente discutibili ma – il più delle volte – totalmente ignorabili e difficilmente condivisibili.

Il più delle volte sono sproloqui che puntano a gettar luce sulla mia personale visione dei videogiochi e di quello che gli gravita intorno. Come questa cultura dell’hype, che ha rotto il cazzo. Lo scrivo così, senza giri di parole e nei paragrafi seguenti proverò a darne una spiegazione.

La potenza degli influencer

Il mondo dei videogiochi è cambiato, questo è innegabile. Pensiamoci: ad un certo punto ci siamo trovati tutti connessi tramite i social network, sia giocatori che sviluppatori/produttori. La velocità delle informazioni è diventata quasi insostenibile, come la sua quantità. Aggiungiamo l’evoluzione dei messaggi pubblicitari e chiudiamo questo sommario riassunto con la cultura del clickbait.

Quest’ultimo, affiancato a fonti inesistenti, notizie che non lo sono, voci di corridoio/rumors, speculazioni, dichiarazioni non ufficiali, amici di amici di cugini informati dei fatti, ha definitivamente guastato il modo di fare informazione e divulgazione.

Oltre al modo di informare è cambiato il modo di comunicare dal basso verso l’alto. Adesso è molto più facile “farsi sentire” dalle major del videogioco. Questi colossi, solo apparentemente mossi da intenti filantropici, stanno bene attenti ai propri profitti. Oggi non possono andare avanti senza dare la sensazione di ascoltare (o quasi) centinaia di migliaia di utenti, che potrebbero impedire le vendite di un titolo/una produzione che è costata svariati milioni di dollari.

Mass Effect: Andromeda

A questi che definisco “untori”, che di rumore devono generarne parecchio e con discreta fatica, si aggiungono quelle che italicamente si definiscono “celebrità dell’Internet”, cioè gli influencer. Questa nuova figura professionale, appannaggio di pochi, che riesce ad influenzare milioni di videogiocatori in tutto il mondo è capace di gettare nell’oblio oppure di resuscitare piccole e grandi produzioni con relativa poca fatica.

Porto un paio di esempi. Mass Effect: Andromeda è stato rilasciato in accesso anticipato per coloro che ne avessero effettuato il pre-ordine. Il gioco non è stato pubblicato nella sua forma migliore (ma questa non è una novità da oltre un decennio), ma quel che è peggio è stato ottenere la piena bocciatura dagli influencer, oltre che dagli untori. Una combo micidiale che ha affossato ed eclissato del tutto una produzione travagliata, sicuramente lontana dalle eccellenze di categoria, ma neppure boicottabile come è successo.

Altro esempio: Among Us. Questo videogioco indie sviluppato da Innersloth (un team di tre persone) e pubblicato nel 2018 è stato sostanzialmente ignorato di sana pianta da tutto il mondo videoludico per due anni.

Among Us

Nel 2020, a causa del lockdown mondiale pandemico da Covid-19 e dalla contestuale scoperta da parte degli influencer giusti, si è ritrovato ad essere il più venduto, il più giocato, tra i più premiati videogiochi di quell’anno.

Da una media di 40 giocatori connessi, è passato a un milione e mezzo di giocatori contemporaneamente collegati. Due anni dopo aver vissuto nel totale anonimato. Questa è la potenza degli influencer. Sarebbero capaci di riprendere Mass Effect: Andromeda e riportarlo in auge, se solo volessero (giusto per fare un esempio tra tanti).

Comprare un gioco che non esiste

L’ampia premessa degli influencer che guidano il popolo dei videogiocatori non deve sembrarti messa lì a caso. Da un lato è vero che ho spostato l’attenzione su casi di titoli effettivamente pubblicati e sorprendentemente riscoperti, quindi fuori strada rispetto al tema suggerito dal titolo.

La premessa mi sembrava d’obbligo per due motivi: non condanno alcun genere di divulgazione. Nel mio microcosmico mondo cerco anch’io di far scoprire qualcosa passato in sordina. L’altro motivo è proprio quello di far notare quanto potere abbiano pochissime persone al mondo, queste celebrità dell’Internet.

Ancor più delle piacevoli operazioni di riscoperta, caso più unico che raro nella storia dei videogiochi, gli influencer del mondo videoludico generano i loro profitti sulla base del…nulla.

Prima degli influencer, questa maestria del vendere videogiochi inesistenti la ricordo fortissima in mano a Sony e a Square Enix. In un tempo in cui il mondo del videogioco era sostanzialmente polarizzato fra Sony e Nintendo, con una neonata divisione gaming griffata Microsoft che non aveva lasciato il segno con l’originale Xbox, i giapponesi facevano il bello ed il cattivo tempo. Soprattutto cattivo.

Ricordi Fabula Nova Crystallis? Ricordi per quale console l’avessero annunciata? Oppure ricordi Project Trico? Ti aiuto a ricordare: il primo era un progetto di ampio respiro, comprendente videogiochi che condividessero la stessa mitologia. Soprattutto si aspettava febbrilmente Final Fantasy Versus XIII, che poi sarebbe stato ribattezzato Final Fantasy XV e non avrebbe condiviso alcunché con gli “actual gameplay” pubblicizzati nel corso di un buon lustro.

Il secondo fu annunciato come sequel di Shadow of the Colossus. Come ogni produzione di Fumito Ueda, avrebbe mostrato lo stesso universo narrativo del brillante designer nipponico, ma in un periodo diverso e dagli occhi di un protagonista lontano da quelli che l’hanno preceduto.

Entrambi erano stati annunciati come titoli in arrivo per PlayStation 3. Milioni di videogiocatori hanno comprato una PlayStation 3 sulla base della promessa di ricevere questi titoli e giocarli con la loro “console più potente di sempre”.

Per la cronaca: Final Fantasy XV e The Last Guardian sono stati pubblicati nel 2016 su PlayStation 4! Final Fantasy XV è stato annunciato all’E3 2006. The Last Guardian fu annunciato all’E3 del 2009.

Dieci anni di esperienza ignorata

Non mi soffermerò su quello che penso della dicitura “Capolavoro”, ne ho già scritto a riguardo. Né ti farò perdere tempo a leggere cosa ne penso del “Capolavoro annunciato” che riempie la bocca di tanti influencer e – di conseguenza – di milioni di videogiocatori che pendono dalle loro labbra.

Il problema che voglio evidenziare è che da tanti, troppi, anni viviamo il mondo dei videogiochi con una cultura dell’attesa malata, deviata, disumana. È come se un celebre slogan, in voga tra il 2013 e il 2020, fosse stato malamente assorbito da vecchie e nuove generazioni di videogiocatori, che risultano incapaci di godersi quello che l’industria offre: Greatness Awaits, dopo tutto.

Quel che è peggio, è che quando la febbrile attesa, l’hype, sfonda ed esonda i livelli di guardia, per un piccolo arco di tempo ci guardiamo tutti allo specchio e ci diciamo: cosa abbiamo fatto? Qualcuno si interroga su questo circo del montare aspettative spasmodiche, sproloquia e parla per ore sui social per porre un punto di svolta.

Ma è questione di poco. Il vortice dei videogiochi non si ferma, siamo (sei) bombardati da rumors, leak, speculazioni, tweet, reddit e tanto altro ancora. E la nostra (la tua, non la mia) memoria viene costantemente resettata. Tanto dal marketing magistrale delle grandi aziende, quanto dal preziosissimo, vitale, imprescindibile, influencer di turno.

Non è bastato il tonfo clamoroso di Watch Dogs, che ha spalancato la porta al “downgrade gate”. Non è bastata la campagna marketing ultra-aggressiva di Sony che ci ha praticamente venduto in anticipo No Man’s Sky come l’ennesima nuova IP tutta gestita da lei, salvo poi abbandonare quel pugno di sviluppatori disgraziati nella tana dei leoni da tastiera, vittime di minacce di morte.

Hello Games si è ritrovata vittima di una macchina del marketing per una produzione che avrebbe meritato almeno due anni di lavoro in più. Ci sarebbero voluti anni di aggiornamenti gratuiti, tanto lavoro, tanta passione e una pubblicità più votata al passaparola che ad agenzie pubblicitarie per venirne a capo.

Watch Dogs e No Man’s Sky sono solo un paio di esempi. Basterebbe ricordare anche The Witcher 3: Wild Hunt, Rainbow Six: Siege, Killzone 2, MotorStorm, Heavenly Sword, Anthem e tanti altri ancora.

L’ultimo, clamoroso, epocale, insuccesso montato tanto dall’hype disumano quanto da una quasi criminale campagna marketing è stato Cyberpunk 2077. Ma mi sembrano in troppi ad averlo dimenticato.

L’Era del capolavoro annunciato

Death Stranding

La questione delle premesse e dei capolavori annunciati funziona anche al contrario. Mi spiego meglio: ci sono alcune produzioni di determinati sviluppatori/produttori, che non citerò ma di cui allegherò le immagini, che sono sempre contornate da un’aura mistica di “capolavoro annunciato”.

Sono videogiochi promossi a priori che, Cyberpunk a parte, ricevono il plauso della critica e/o del pubblico fin dal momento del loro annuncio e si prosegue per uno, due, cinque anni di evangelizzazione sulla bontà del titolo, che non può (e non deve) essere una delusione. Per nessuno che dica di sé essere un veterano ed un cultore dei videogiochi.

Se qualcuno osasse definire deludente, sotto le aspettative o bocciabile un qualsiasi titoli ormai entrato nelle grazie di influencers e – di conseguenza – di pubblico che segue i profeti, allora sarebbe ostracizzato. Non prima di essere etichettato incompetente, fazioso, tendenzioso, bisognoso di attenzioni, provocatore e tanti altri epiteti.

Elden Ring

Accade, quindi, che qualsiasi sia la produzione in essere, di un videogioco griffato da un preciso marchio o sostenuto da un preciso produttore, non può e non deve essere considerato un gioco mediocre. Mai, in nessun momento della sua gestazione (prima) e della sua pubblicazione (dopo).

Negare, anche l’evidenza, e raccontarsi di presunte bontà dell’opera anche di fronte all’indifendibilità del tutto diventa un leitmotiv. Là dove gli altri vengono additati di riciclo e di mancanza di coraggio, qui viene osannata la preservazione degli stilemi. Dove viene additata mediocrità diffusa, qui viene esaltata la mano santa del signore-creatore-vate-designer che non scende ai compromessi del tempo che corre.

Due pesi e due misure, ben definite, che stampa e influencers portano avanti da anni. Pensando di fare il bene dell’industria e provocando, in realtà, un piccolo grande disastro.

Uncharted

Fermati un attimo a pensare: dal 2007 ad oggi non abbiamo più assistito ad un’evoluzione dei videogiochi. Fai una sosta e pensa: prima assistevamo a salti generazionali stupefacenti come quelli che dal Super Nintendo hanno portato al Nintendo 64 e a giochi espressamente concepiti per il nuovo hardware. Oggi assistiamo ad un semplice upgrade, accompagnato da rifacimenti di giochi di 20 anni fa (ma Sony ha iniziato a rifare quelli vecchi di appena 5 anni).

Giochiamo le stesse cose del passato. Questo da un lato è meraviglioso, perché l’opera di divulgazione e preservazione di certe pietre miliari può proseguire. D’altro canto siamo entrati in un desolante “uroboro” da cui pochissimi coraggiosi provano a distaccarsi, spesso con risultati deludenti.

Perché la cultura dell’hype e dell’acquisto anticipato di qualcosa che non esiste, fa questi danni. La maggioranza dei videogiocatori investe i propri risparmi sulle cosiddette “comfort zone”, su prodotti svecchiati, di cui si sa più o meno in anticipo quel che sarà la sua offerta. Addio al senso di meraviglia e scoperta.

Di chi è la colpa? Guardati allo specchio

Beyond Good and Evil 2

Comprendo perfettamente che i siti di informazione e gli influencers debbano far traboccare le loro pagine di rumors, leak, speculazioni e clickbait. Grazie a queste pratiche, la massa degli internauti clicca, legge e fa monetizzare tanti baracconi che non chiedono altro che poter sopravvivere per portare un tozzo di pane a casa.

Questi baracconi, come li chiamo io, certamente celano al loro interno un team di scrittori, opinionisti e specialisti del settore che hanno una cultura enciclopedica sull’argomento videogioco. Tuttavia viene tutto sacrificato sull’altare dei click.

E, per dirla tutta, esistono anche altri altari. Quello del publisher che deve essere accontentato. Quello del pubblico che non deve essere deluso. Quello dei “link referral” che portano ad acquistare un videogioco “recensito”.

La critica si è trasformata in puro marketing. Tanto quella scritta quanto quella social media. E siamo arrivati a questo punto grazie al nostro contributo di cliccatori ossessivi compulsivi.

Da qualche anno, ormai, il teatrino è sempre lo stesso:

  • Gioco X viene annunciato o addirittura fatto trapelare per il bene della nostra conoscenza
  • Gioco X viene pubblicizzato con un filmato che non fa vedere assolutamente niente di grafica o di gameplay: tutto confezionato ad arte ma è già “capolavoro”
  • Gioco X viene provato con lauto anticipo e già etichettato capolavoro dai pochi eletti che hanno avuto l’onore di poterlo toccare con mano. Le profezie vengono elargite alle nostre orecchie
  • Gioco X viene fatto pre-ordinare con anticipo, arrivando ad accumulare milioni di pre-vendite sulla base del nulla cosmico oppure di autentica fede

L’esito di queste produzioni è sempre aleatorio. Il gioco X può dimostrarsi effettivamente valido, a volte può dimostrarsi totalmente diverso da quanto mostrato in precedenza. Altre volte è una totale delusione. Altre volte ancora il gioco potrebbe non vedere mai gli scaffali – fisici e virtuali – a causa di cancellazioni in itinere.

Abandoned

A noi giocatori cosa resta? Mesi, anni, di notizie ininfluenti. Tempo prezioso rubato alla nostra vita, a volte anche sudati risparmi e per cosa? Per far parte di una presunta élite di esseri superiori che la sa più della plebaglia? Di far parte del seguito di un profeta che ha l’unico interesse di portare il pane a casa e di fare divulgazione gliene importa il giusto, quando nulla?

Ci possiamo definire videogiocatori, se la maggior parte del tempo la passiamo a scrivere, leggere e sproloquiare di prodotti che non esistono?

Si tocca il fondo e si continua a scavare

Dead Island 2

Personalmente sono stanco di leggere di leak, di rumor, di annunci, di date di rinvio, di comunità di videogiocatori insorte perché aspettano quel videogioco annunciato 10 anni fa come il titolo che migliorerà per sempre la loro esistenza.

Sono stanco di stare a sentire e a parlare delle aspettative che ciascuno si fa, intorno a quel titolo di cui tutti devono parlare. Titolo che poi arriva, viene comprato, spolpato, eviscerato per due o tre settimane e poi non se ne parla più.

Quando si torna a parlare di quel titolo, lo si fa perché qualcuno, nel mondo, ha pensato bene di giocarlo con gli elettrodi ficcati in una banana, oppure un altro lo ha riprodotto con un motore grafico diverso.

Vorrei ascoltare l’esperienza di chi ha giocato qualcosa che potrebbe arricchire anche me, la mia cultura videoludica, le mie conoscenze. Vorrei ascoltare un’esperienza personale, intima, genuina. Invece mi ritrovo ad ascoltare l’eco (più o meno lontana) di un influencer, che è entrata nella tua testa ed esce dalla tua bocca come un dogma da ripetere come un pappagallo.

Vorrei che si prendesse coscienza del fatto che alimentare questa cultura dell’hype sta mandando l’industria verso un appiattimento mai vissuto prima, da quel che io possa ricordare. I videogiochi vengono rimandati nervosamente, i loro contenuti costantemente tagliati con colpi d’accetta, le aspettative diventano malate e incontentabili.

Quando i giochi non vengono rimandati, arrivano e si fa una caccia alle streghe: perché la risoluzione è troppo bassa, perché le animazioni non sono belle, perché non è abbastanza rifinito, fluido et cetera. Ovviamente non vale per i “capolavori annunciati” dei Santi, dei Messia e dei difensori della presunta vera fede.

Io sono il primo, stoicamente e stupidamente, a dire che dal 2015 stiamo giocando una “Golgen Age”, un’Età dell’Oro dei videogiochi, al di là di questa cultura dell’hype che ha rotto il cazzo.

Perché i mezzi per realizzarli, e le possibilità di giocare opere di qualità, di ingegno, di spessore, ci sono. Il numero di videogiochi disponibili, e pubblicati, ogni giorno, è quasi inconcepibile per la mente di un videogiocatore.

Si chiamano videoGIOCHI per un motivo

Vampire Survivors

Mi guardo intorno e ho la netta sensazione che troppi siano anestetizzati e felicissimi. Appagati dal vedere il mondo dei videogiochi attraverso quella feritoia che publisher, siti di informazione e influencers ti impongono. Mentre basterebbe staccarsi da quella fessura e guardarsi intorno per scoprire che non c’è nulla che ti impedisca di esplorare in autonomia.

Per farti una tua opinione, per provare con mano, per costruire un tuo bagaglio di esperienza. Preferisci che siano gli altri a toccare e a pensare al posto tuo?

Alla fine di questo sfogo, ti condivido una mia personale speranza: che tu possa iniziare ad approcciarti ai videogiochi in maniera più attiva, non più passiva. Che tu possa provare tanti e vari titoli. Che tu possa farti una tua opinione riguardo ad un videogioco. Che tu possa non provare vergogna o senso di esclusione se il tuo modo di intendere, volere e godere di quel videogioco siano del tutto opposti all’opinione della maggioranza.

Ma soprattutto che tu possa non sentirti un essere superiore, quando ti confronti con qualcuno che non ama, adora e idolatra il tuo gioco preferito.

Il videogioco è un’esperienza interattiva soggettiva, che puoi condividere in caso di videogiochi multigiocatore. Ma è qualcosa che punta ad intrattenere te, prima di chiunque altro. Se poi il “giochino” di turno, oltre a divertirti, ti insegnasse qualcosa di buono per affrontare la vita, allo stesso modo in cui può farlo un buon libro o un buon film, tanto ti guadagnato.

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